lunedì 17 ottobre 2011

Peter Gabriel – “New Blood”

Peter Gabriel – “New Blood”

giovedì, ottobre 6, 2011
di Riccardo Renda

new blood

Rassegniamoci.
Tra un album di inediti e il successivo Peter Gabriel ama far trascorrere archi di tempo che non si computano più in anni, bensì in lustri, se non addirittura in decadi. Pause durante le quali, fortunatamente, l’artista britannico non manca di avventurarsi in diverse iniziative, a cui spetta il ruolo di rendere la sua assenza discografica più tollerabile. Dopo “Up” del 2002, infatti, hanno visto la luce il progetto “Big Blue Ball” (2008), l’innovativo album di cover “Scratch my back” (2010) e, in questi giorni”, “New Blood“.

L’idea è nata in occasione dell’ultimo tour e dalla conseguente necessità di adattare le proprie composizioni allo spirito minimalista con cui erano state concepite le cover di “Scratch my back”, fulcro degli spettacoli.
Dopo averlo testato durante i concerti, nasce così “New Blood”, rivisitazione del repertorio di Peter Gabriel in chiave acustico-sinfonica. Bandite le chitarre, la batteria, gli strumenti elettrici ed elettronici, ad accompagnarlo è soltanto un’orchestra di ben 46 elementi diretta da Ben Foster. Gli arrangiamenti sono curati dal compositore John Metcalfe (già presente in “Scratch my back”).

L’idea non è certo nuova, né tanto meno originale. Sono moltissimi, infatti, gli artisti del panorama pop-rock ad essersi cimentati in tali sperimentazioni, con alterne fortune e spesso risultati poco convincenti, data la tendenza ad enfatizzare la presenza dell’orchestra con un eccesso di toni epici ed arrangiamenti magniloquenti.
Trattandosi però di Peter Gabriel, ovvero di uno dei pochi artisti al mondo illuminati dal dono del talento e dallo spirito del genio, vale la pena concedergli il beneficio del dubbio ed abbandonare quei preconcetti che ne farebbero sospettare un’opera ovvia e scontata. Il tutto senza dimenticare che l’essere stato tra gli artefici più autorevoli del progressive con i Genesis, prelude al buon esito di una simile operazione.

L’apertura dell’album è affidata a “The rhythm of the heat” e non è un caso.
E’ il biglietto da visita scelto da Gabriel per mettere subito in chiaro che “New Blood” non è un progetto banale e prevedibile, ma che attinge a piene mani a quella “nuova linfa” che ne è l’elemento caratterizzante e che conferisce al lavoro anima ed originalità.
Si inizia così con uno dei pezzi sulla carta meno idonei all’arrangiamento orchestrale, essendo stata concepita sulla forza del ritmo e delle percussioni elettroniche. Il risultato è a dir poco sorprendente. Uno stupore che emerge con prepotenza proprio ogni qualvolta l’orchestra affronta i brani più insospettabili come “San Jacinto”, una claustrofobica “Intruder”, “Digging in the dirt” o una “Darkness” dalle tinte cupe.
Dal fronte opposto “Mercy street”, “Downside Up” e “Don’t give up” si concedono in maniera naturale all’abbraccio lieve dell’orchestra, confermandone l’aura onirica e l’eleganza sofisticata. Peccato soltanto che Melanie Gabriel non riesca a lambire le vette che furono di Elizabeth Frazer. Lo stesso dicasi di Ane Brun che, nonostante il valore aggiunto del suo esotismo vocale, non trasmette la stessa tensione emotiva che donava Kate Bush.
Proprio perché è la voce l’elemento che meglio focalizza e definisce una performance, è però confortate notare come in questi brani il baricentro sonoro rimanga sempre e comunque la voce di Gabriel. Evocativa, viscerale. Con quella lieve asprezza conferita dallo scorrere del tempo che, paradossalmente, la impreziosisce rendendola più profonda.
Più si procede con l’ascolto, poi, più impressiona la metodologia sottrattiva adottata nel riarrangiare le composizioni, quasi a tracciare un filo di continuità con “Scratch my back”. Ascoltate “Red rain” e “In your eyes” , per esempio. I pezzi sono denudati di tutti gli ornamenti sonori che li contraddistinguevano. Il ruolo di guida è ora affidato all’’orchestra. Una presenza discreta, che non presta mai il fianco ai barocchismi, né ai virtuosismi fini a sé stessi, ma costituisce, invece, la vera e propria struttura narrante dei brani. Sembra facile, ma tradurre il minimalismo e l’essenzialità in sensazioni di ampio respiro richiede invece un gusto ed una cultura musicali non comuni.

Digerita la delusione per l’ennesima assenza ad ogni riferimento al passato con i Genesis, che in tale contesto non avrebbe certo sfigurato, a questo punto è inutile sottolineare come con “New blood” Peter Gabriel, anche questa volta, abbia superato l’esame a pieni voti.
Eppure queste versioni, per quanto curate ed affascinanti, non riescono quasi mai ad oscurare le composizioni originarie, ad esser loro totalmente alternative, a sostituirle. Questo perché il lavoro di Gabriel si caratterizza per la sua unicità, per l’originale ricerca sonora ed artistica di cui è frutto, per il certosino lavoro di rifinitura e cesello.
Ciò fa sì che “New blood”, con ogni probabilità, pur essendo un signor album, acquisti la sua maggior ragion d’essere proprio nell’ambito in cui il progetto è maturato e si è sviluppato, ovvero nell’esibizione live, piuttosto che a livello di lavoro discografico.
Rimane comunque un album consigliabile e che può essere una valida cura per lenire le banalità che, di questi tempi, sempre più spesso affliggono le nostre orecchie.

L’album esce in ulteriori tre versioni.

  • Special edition (disponibile dal 10 ottobre). Edizione che si arricchisce di un ulteriore cd, piuttosto ridondante, contenente le basi strumentali dei pezzi che compongono l’album più una bonus track: una stupenda versione vocale di “Blood of Eden”, scartata per incomprensibili e assurdi motivi dalla scaletta dell’album e che sicuramente avrebbe meritato di esserci, più di “A quiet moment”, inutile sequenza di suoni ambientali registrati a Solsbury Hill.
  • Deluxe edition (disponibile dal 24 ottobre). Box che, oltre all’album, contiene: un libro fotografico; il video “New blood live in London” in duplice versione dvd e blu-ray; il cd “Live blood”, contenente gli highlights del dvd. Rimane misteriosamente escluso dalla confezione il cd strumentale, bonus track compresa.
  • Vinile (disponibile dal 7 novembre). Stessi brani del cd singolo proposti in 2 lp.

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L’album in una battuta: regale

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Peter Gabriel
“New Blood”
(Realworld/EMI)

01. The Rhythm of the Heat
02. Downside Up (feat. Melanie Gabriel)
03. San Jacinto

04. Intruder
05. Wallflower
06. In Your Eyes
07. Mercy Street
08. Red Rain
09. Darkness
10. Don’t Give Up (feat. Ane Brun)
11. Digging in the Dirt
12. The Nest that Sailed the Sky
13. A Quiet Moment
14. Solsbury Hill (bonus track)


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Addio Sergio Bonelli

Addio Sergio Bonelli

lunedì, settembre 26, 2011
di Riccardo Renda

sergio bonelli

Sergio Bonelli è morto.
Sin dal mese di agosto aveva accusato dei problemi di salute i quali, negli ultimi giorni, lo avevano costretto al ricovero presso la struttura San Gerardo di Monza, dove stamane si è spento all’età di 78 anni.

La notizia è arrivata improvvisa. Il proverbiale fulmine a ciel sereno che coglie alla sprovvista e ti lascia senza parole.
Forse perché, come le sue creature di carta, lo ritenevamo immortale ed invincibile. Forse ancora per il semplice motivo che l’aver accompagnato la nostra infanzia e, soprattutto, anche l’età adulta, lo aveva reso una figura oramai costante, tanto da non poter concepire il fumetto senza la sua presenza.

Editore, innanzitutto. Sin dal 1957 con le varie incarnazioni della sua casa editrice (Araldo, Cepim, Daim Press, Sergio Bonelli Editore), con la quale ha raccolto l’eredità del padre Gian Luigi (creatore di Tex e della gloriosa Audace) per costruire un vero e proprio punto di riferimento del fumetto italiano. Basti pensare a quanti maestri ha ospitato la sua redazione o quali opportunità ha concesso a molti dei disegnatori attualmente più richiesti all’estero.
Sceneggiatore, poi. Con lo pseudonimo di Guido Nolitta ha dato vita al leggendario Zagor, lo spirito con la scure, o al suo amatissimo Mister No, antieroe con cui ha ridefinito il concetto di fumetto d’avventura.
Innamorato dell’avventura spesso, proprio dalle pagine redazionali dei suoi albi, dispensava ricordi dei suoi innumerevoli viaggi per il mondo o consigli su libri da consultare o sui film d’annata da non perdere. Non stupisce, inoltre, che fosse collezionista di fumetti. Non di rado lo si incontrava alle fiere antiquarie alla ricerca di rari cimeli.
Impossibile elencare, poi, la miriade di personaggi “figli” del suo lavoro editoriale.
Citiamo Tex, che ha dimostrato, prima ancora di Sergio Leone, come gli italiani sappiano concepire il western e l’aura di leggenda che lo circonda meglio degli americani. Zagor, insolito ibrido tra western e fantastico che, tutt’oggi, a cinquant’anni di distanza, non mostra cedimenti. Ken Parker, forse il miglior fumetto seriale italiano, un western d’autore che non di rado è sfociato in un intenso lirismo descrittivo. Martyn Mistere, che ha lanciato la fantarcheologia e l’attrazione verso i misteri storici e scientifici prima ancora di Dan Brown e delle innumerevoli trasmissioni televisive che lo emulano. Dylan Dog l’horror d’autore, uno dei casi letterari più interessanti degli ultimi anni.
Per non tacere di lodevoli iniziative che hanno dato vitalità al nostro fumetto, come la collana “Un uomo, un’avventura” in cui si sono confrontati tutti i migliori maestri italiani (come Dino Battaglia, Bonvi, Guido Crepax, Milo Manara, Hugo Pratt, Sergio Toppi). La recente idea dei romanzi a fumetti pubblicati con cadenza annuale. Il coraggioso spazio riservato al talento di giovani autori. La reinterpretazione di Tex ad opera dei principali autori mondiali (Magnus, José Ortiz, Jordi Bernet, De La Fuente, Joe Kubert ed altri ancora).

Pensate ad un qualunque fumetto letto nel classico formato “alla Bonelli” e state pur certi che quelle pagine sono state edite dalla scuderia di via Buonarroti. Al che si capirà subito come questo signore, con la sua immaginifica idea editoriale, abbia costituito parte integrante nella nostra cultura, in maniera molto più concreta di quanto non si riesca ad attribuire ad una forma di espressione artistica ingiustamente sottovalutata come il fumetto. Milioni di lettori si sono riconosciuti in lui, e con lui hanno sognato. Da una generazione all’altra, dalle Alpi a Lampedusa, senza alcuna distinzione di estrazione sociale, condizione economica o provenienza geografica. Se leggete le notizie di queste ore, rimarrete colpiti dall’elenco di testimonianze e attestati di cordoglio provenienti dagli ambiti più diversi e dalle personalità più varie. Una dimostrazione di come sia bastata una piccola casa editrice, gestita in maniera artigianale, ad unificare il Paese basandosi soltanto sulla forza evocativa della letteratura d’avventura. Il sogno non conosce confini.

Sergio se n’è andato.
A noi piace ricordarlo immaginandolo, in questo momento, come la sua creatura più amata, Mister No. Ai margini della foresta amazzonica, sprofondato in un’amaca a bere chacaca ascoltando “body and soul”, in attesa della prossima imprevedibile avventura.


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Tony Canto – “Italiano federale”

Tony Canto – “Italiano federale”

giovedì, aprile 7, 2011
di Riccardo Renda

italiano federale

Nel terzo lavoro discografico solista per il cantautore messinese Tony Canto a colpire subito, oltre alla divertente copertina, è il titolo a dir poco emblematico: “Italiano federale”.

Sembrerebbe il riferimento ad un tema di stretta attualità, tuttavia il definirsi “federale” anziché federalista, non solo sottolinea una condizione sociale piuttosto che un’aspirazione politica, ma affiancato al termine “italiano” (addirittura nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità) genera un ossimoro di cui non si può non cogliere quell’ironia di cui ogni buon siciliano è maestro e sapiente filosofo.
L’ascolto delle tracce sembra confermarlo in pieno. Come la lucida e grottesca fotografia dei tempi che viviamo in “Italiano federale”e “Ti amo Italia”, il divertente luogo comune del latino tombeur de femmes ritratto in “Bonjour mademoiselle”, la giocosa passionalità dei sensi descritta ne “Il polpo”.
Ma, più le tracce scorrono, più è evidente come il binomio “italiano federale” non sia una sagace battuta, bensì qualcosa di più profondo, in cui risiede la chiave di lettura dell’album.

Italiano, senza alcuna ombra di dubbio, in quanto affonda le sue radici nella tradizione “canzonettistica” più autentica e nobile della nostra musica, ispirandosi a quei maestri che l’hanno segnata e fatta crescere in maniera definitiva: Bixio, Carosone, Arigliano, Modugno, Celentano (casualmente tutti di origine meridionale). Una italianità che emerge non solo dal punto di vista lirico, con testi che oscillano tra i due temi tipici della nostra canzone – l’osservazione ironica e a tratti irriverente della vita che ci circonda e, ovviamente, l’amore in tutte le sue sfumature – ma soprattutto musicale, con dei riferimenti puntuali alle forme espressive popolari.
Un italiano consapevole però di vivere in un mondo culturale in cui i confini nazionali sono sempre più labili e che si muove inesorabilmente verso la globalizzazione . Emerge cosi una narrazione in cui cogliere malinconiche eco di fado (“Amore del mio amor”), lasciandosi pervadere da profumate melodie cubane (“Il pasionario”), talmente amabili da far scivolare languidamente nella bossanova (“Cuore visionario”), prima che la folle bizzarria delle ritmiche manouche ci induca ad abbandonare ogni inibizione. Le melodie definiscono un vero e proprio federalismo musicale, se vogliamo definirlo così, in cui i suoni pur mantenendo la propria identità, fanno parte di una trama più estesa e complessa, da cui lasciarsi suggestionare e nel contempo riflettersi.
La geografia sonora appare quindi sfumata, ma i confini entro i quali ci si muove sono netti. Non è un caso, infatti, che apertura e chiusura dell’album siano affidati al nostro Paese (“Italiano federale” e “TI amo Italia”). Così come non è altrettanto casuale che il cuore pulsante del cd sia raggiunto quando la lingua italiana lascia posto a quella siciliana nella sua declinazione messinese (“Il superstite” e la travolgente “Non mi ni vaju”), sottolineando con la vitalità l’inderogabilità delle proprie radici.

Consolidando l’iter artistico intrapreso con il precedente album “La strada”, appare chiaro come il territorio in cui si muove Tony Canto sia oramai lo stesso che esplorano molti anarchici della nostra musica, come Vinicio Capossela, Roy Paci o Mannarino (il cui ultimo album è prodotto proprio da Tony Canto). Segno che in un panorama musicale sempre più alla ricerca di talenti effimeri piuttosto che di qualità artistica, fortunatamente vi è ancora chi è disposto ad ascoltare coloro che, anziché affidarsi a modelli sonori commercialmente omologati, non rinnegano ma anzi difendono e diffondono la propria identità culturale.

Quando sentirete qualcuno parlare di federalismo o mettere in dubbio il senso dell’unificazione del nostro Paese, fategli ascoltare quest’album. Giusto per fargli comprendere come anche la canzone italiana abbia già da tempo realizzato e consolidato quell’Unità tanto bistrattata ed incompresa.
Magari non cambierà idea, però non stupitevi se batterà il piede al ritmo di “Italiano federale” e, magari, si dimenticherà di restituirvi il cd.

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L’album in una battuta: garibaldino

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Tony Canto
“Italiano federale”
(Leave – distribuzione Universal)

Track list:

  1. Italiano federale
  2. Bonjour mademoiselle
  3. Cuore visionario
  4. Il pasionario
  5. Il polpo
  6. Il superstite
  7. Amore del mio amor
  8. Chi sarò
  9. Non mi ni vaju
  10. Maledetta
  11. Italia ti amo

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Evy Arnesano – “Tipa ideale”

Evy Arnesano – “Tipa ideale”

lunedì, marzo 14, 2011
di Riccardo Renda

tipaidealeQuesta è una recensione insolita.

In primo luogo perché ha per oggetto un album pubblicato lo scorso anno e non, come accade abitualmente, una novità discografica. Tuttavia, come dimostra il lusinghiero quantitativo di visualizzazioni su Youtube e il crescente numero di contatti sul proprio profilo Facebook, per una vasta fascia di pubblico il nome della cantautrice salentina Evy Arnesano, seppur già noto agli addetti ai lavori, è balzato fuori solo di recente, grazie alla partecipazione alla trasmissione televisiva “Parla con me”. Il che è condizione sufficiente a rendere “Tipa ideale” una vera e propria primizia: potenza della tanto vituperata tv e del web che, a detta di molti, starebbe uccidendo la musica.

Media e tecnologia, quindi. Ma, e qui risiede un altro tocco di atipicità, le radici di questo lavoro sono tutt’altro che moderne. Perché “Tipa ideale” è un omaggio melodico, tanto sfacciato quanto sincero, a quelle sonorità jazzy, bossa e pop di cui si è nutrita la nostra musica negli anni sessanta e settanta. Cosa che l’autrice confessa nell’affettuosa dedica a Piero Umiliani e Piero Piccioni, vere e proprie presenze ispiratrici del lavoro.
Se vi aspettate però un album modaiolo, che occhieggia alla lounge e alla cocktail music, o addirittura vintage, sbagliate di grosso. E’ innegabile che l’ascoltatore maturo con la mente andrà indietro negli anni, al tempo della sfavillante Mina in bianco e nero di Studio Uno. I quarantenni si ritroveranno a frequentare il “Cafe bleu” dove si intrattenevano gli Style Council o quell’“Eden” in cui si deliziavano gli Everything But The Girl. Il musicofilo si siederà oziosamente a sorseggiare pastis in compagnia di Serge Gainsbourg. Ci si perde dentro quelle colonne sonore che oramai sono parte integrante della nostra cultura, tanto che ci si aspetterebbe, da un momento all’altro, veder saltar fuori Alberto Sordi, intento ad ammiccare un mambo con la maggiorata di turno.
“Tipa ideale” è tutto questo ma, più di ogni altra cosa, è un lavoro contemporaneo, sorprendentemente fresco ed attuale, inaspettatamente originale e, cosa che non guasta affatto, leggero ed ironico al punto giusto.

Le 13 tracce scivolano una dietro l’altra in modo godibile, lasciando un retrogusto delizioso (sembra di ascoltare una produzione della svedese Labrador).
Ci ritroviamo coinvolti nelle maldestre vicissitudini sentimentali de “Il mio vicino”, nella arguzia tutta femminile di “Tipa ideale”. Lo swing di “Sulla riva di un fiume” è irresistibile. Ci si abbandona ad intriganti intermezzi strumentali (“Da Piero”) o al delicato intimismo di “Ieri per sempre”. Per coi lasciarsi vincere dalla saudade (le due alternate versions in coda all’album).

Non mancano certo le inevitabili incertezze tipiche di ogni esordio ma, se si tiene conto di come l’intero lavoro sia stato autoprodotto dalla stessa autrice, basandosi sulla collaborazione amichevole di molti musicisti, il giudizio non può che essere ampiamente positivo.
Anzi, semmai, ci si chiede cosa sarebbe capace di tirar fuori Evy se supportata da una produzione più dettagliata e di ampio respiro o cosa potrebbe regalarci man mano che crescerà professionalmente.
Se il futuro manterrà le promesse dell’esordio, crediamo proprio che possa realmente divenire la nostra “tipa ideale”, il che data la simpatia dell’artista non ci dispiacerebbe affatto.
Per il momento godiamoci questa gustosa caramella sonora, con l’unica avvertenza di non custodirla gelosamente ma di condividerla con gli altri.

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L’album in una battuta: frizzante

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Evy Arnesano
“Tipa ideale”
(Heavylight records)

Track list:

01. Il mio vicino
02. Samba pa mi
03. Non era tanto male
04. Da Piero
05. Sulla riva di un fiume
06. Tipa ideale
07. Sensi
08. Quello che non sai
09. Fedele mitologica
10. Senza tregua
11. Ieri per sempre
12. Tipa ideale (jazz experience)
13. Il mio vicino (bossa ‘04)


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Garbo – “L’altra zona”

Garbo – “L’altra zona”

venerdì, ottobre 29, 2010
di Riccardo Renda

garbo-l-altra-zona

Franco Battiato, in “Centro di gravità permanente”, affermava ironicamente di non sopportare la new wave italiana. Eppure quel movimento musicale è stato tutt’altro che irrilevante e effimero, con un’influenza seminale sui decenni successivi. Hanno cavalcato quell’onda Neon, Diaframma, Moda, Gaznevada, Garbo.
Sentendo quest’ultimo nome, chi ha superato abbondantemente la trentina ricorderà quel ragazzo efebico, dal fascino ambiguo e vestito di scuro, che una certa stampa, in maniera superficiale, si era affrettata ad etichettare come il David Bowie italiano, scambiando per emulazione il coraggioso tentativo di introdurre le sonorità elettro-pop in un panorama musicale asfittico come era quello italiano, storicamente restio a concedersi una connotazione artistica più internazionale, soprattutto dalla fine degli anni 70 sino agli anni 80 (quando Arthur Brown, Japan e Joy Division erano considerati poco più che marziani).
Il milanese Renato Abate, questo il suo vero nome, di quel movimento è stato tra gli esponenti di maggior spessore, determinante nel plasmare le sonorità di molti degli artisti che avrebbero calcato le scene negli anni a venire, come Morgan e i suoi Bluvertigo, La Crus, Subsonica e Baustelle, solo per citarne alcuni. Ciò nonostante, in termini di riscontro commerciale e di attenzione da parte dei discografici, Garbo ha raccolto decisamente meno di quanto avrebbe meritato. Unica eccezione i primi anni, con hit di successo (“Generazione”, “Il fiume”), collaborazioni eccellenti (Antonella Ruggiero), partecipazioni al Festivalbar ed a Sanremo (ultimi posti in classifica ma anche un lusinghiero premio della critica con “Radioclima” nel 1984).
Dopo l’apice, la fase che segue è paradossalmente condotta sempre più ai margini della luce dei riflettori, segnata dal proseguimento di quel discorso avviato nel 1981 e dalla sua progressiva maturazione, lungo quei sentieri sonori “alternativi” dove si sono avventurati artisti del calibro di David Sylvian, Tim Bowness, David Bowie ed il nostro Franco Battiato. Inevitabile che questo desiderio di ricerca, sperimentazione e libera espressione, svincolata dai diktat del mercato, sfociasse nel 1992 nella fondazione di una propria etichetta discografica, la Discipline.
Oggi, a voler fare i conti, si nota come il progetto espressivo di Garbo si sia articolato in un arco di ben trent’anni, lungo i quali ha disseminato lavori di qualità, forte di una comunità di fan che lo ha eletto a vero e proprio oggetto di culto.

A celebrare l’evento il 29 ottobre esce il box “L’altra zona”.
Tre cd audio (che propongono in versione rimasterizzata gli album “Macchine nei fiori”, “Fuori per sempre”, “Up the line”, da tempo fuori catalogo ed introvabili), un cd mp3 (con gli ultimi lavori “Blu”, “Gialloelettrico”, “Come il vetro” e tre brani inediti), un dvd video.
Ad un primo sguardo appare evidente come l’opera si ponga in un’ottica tutt’altro che esaustiva dell’intera carriera. Mancano, difatti, testimonianze della prima parte, concentrandosi invece sul periodo della Discipline Records. Scelta apparentemente discutibile ma in realtà coerente con l’intento di fornire una visione più matura e, soprattutto, più aderente alle sue scelte artistiche e produttive.
Tralasciando le inevitabili osservazioni sulla selezione operata (su cui i fan potranno dibattere a lungo, date le diverse ed incomprensibili omissioni rilevate), il box è sicuramente una pubblicazione di tutto rispetto che permette di entrare nell’universo Garbo ed apprezzarne il valore.
Effluvi di limpido pop (“Migliaia di rose”, “Onda elettrica”, “Voglio morire giovane”, “Una cosa meravigliosa”), ballate elettro-romantiche (“Your love”, “Amanti”, “Chi sei”, “E’ un paradiso”, Dove non c’è niente”), sperimentazioni vocali (“Ciao ciao 31”) e strumentali (l’album “Up the line”) , sono esempi emblematici che mettono in rilievo quelle che sono state le costanti artistiche in questi trent’anni. Cura certosina della produzione musicale, condotta a livelli rarissimi in Italia e riscontrabili solo in lavori internazionali. Testi che attingono alla quotidianità, per descrivere l’inquietudine del vivere con un intimismo a tratti espressionista, senza scadere nella banalità o nella presunzione. Melodie che coniugano elettronica e pop, guardando al futuro citando il passato senza per questo apparire retoriche.
I piatti forti del box sono però i tre brani inediti (splendidi) e, soprattutto, il dvd video.
I contenuti riguardano il live in studio “Garbo e il presidente”, intramezzato da un’intervista di Ernesto Assante anch’essa del 1991 (è un vero peccato che la qualità audio video sia eufemisticamente “vintage”, a causa del riversamento da vhs), i videoclip ufficiali ed alcuni pezzi eseguiti magistralmente dal vivo in studio nel 2010. Fa un certo effetto mettere a confronto l’efebico ragazzo dei primi anni novanta con il signore di mezza età di oggi. Ma il filo conduttore rimane sempre la voce, come sempre calda ed avvolgente.
Completa il tutto un booklet ricco di foto e credits (peccato, però, siano molto scarni quelli relativi ai tre album su cd, in particolare quelli di “Up the line” privo dei racconti che a suo tempo erano parte integrante del lavoro).

Che conosciate o meno Garbo poco importa. Questo cofanetto è un’opera discografica da attenzionare, l’occasione adatta per (ri)scoprire un artista fuori dai canoni e dagli schemi.
Conviene affrettarsi però: “L’altra zona” è stato pubblicato in sole 500 copie (numerate ed autografate).

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Garbo

“L’altra zona”

Discipline (distr. Venus)


Cd 1 (audio):

  • “Macchine nei fiori” (rimasterizzato)

Cd 2 (audio):

  • “Fuori per sempre” (rimasterizzato)

Cd 3 (audio):

  • “Up the line” (rimasterizzato)

Cd 4 (mp3 320 kbps):

  • “Blu”
  • “Gialloelettrico”
  • “Come il vetro”
  • brani inediti (“Gira in continuazione”, “In controluce”, “Quando cammino”)
  • testi di tutti brani inclusi nel cofanetto in formato rtf

Dvd video:

  • Garbo live prove e Backstage 2010

(No / Chi sei / Un bacio falso / Vorrei regnare / Il fiume / Quanti anni hai?)

  • Videoclip

(Up the line / Ondaelettrica / Forse / Grandi giorni (seconda parte) / Voglio morire giovane (censured & uncensured) / Quando cammino / Sintesi story)

  • Garbo e il presidente 1991 (i live e le interviste)

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Jimi Hendrix – "Valleys of Neptune"

Jimi Hendrix – Valleys of Neptune

martedì, marzo 9, 2010
di Riccardo Renda

jimi hendrix valleys of neptune

Sono passati quarant’anni dalla prematura scomparsa di Jimi Hendrix.
La morte – per capriccio, invidia o crudeltà – ci ha voluto privare di colui che è stato il più grande ed intenso interprete delle sei corde. Santificato dall’arte con un dono unico, non altrettanto benevolo il destino, con una vita sempre condotta al limite degli eccessi che, inevitabilmente, ne ha chiesto un prezzo elevatissimo. Una scomparsa che, tuttavia, non ha impedito al mito di crescere e radicarsi sempre più nell’immaginario rock, consacrando la magia di un artista che, come pochi, ha saputo coniugare nella musica passione e innovazione, eccesso e genio, esuberanza e arte: ovvero l’essenza intima del rock.
Inevitabile che un simile culto si nutrisse voracemente della sua musica. A dispetto dei soli tre album incisi da Hendrix, difatti, negli ultimi decenni il mercato è stato letteralmente invaso da una miriade di bootlegs, inediti e sedicenti tali, compilations prive di coerenza filologica, registrazioni clandestine non di rado qualitativamente inadeguate o di dubbia autenticità. Un vero e proprio scempio all’eredità sonora del chitarrista, compiuto in bilico sul filo sottile che divide l’ansia di profitto dal dovere di diffonderne la musica.

Valleys of Neptune”, l’album di inediti che esce l’8 marzo in tutto il mondo, ad un primo sguardo sembrerebbe dunque l’ennesima, bieca operazione commerciale. Ma, una volta tanto, è un piacere smentirsi. Per la prima volta vengono infatti pubblicate delle incisioni finite e compiute, non dei semplici abbozzi. Il tutto con il beneplacito della sorella Janie, unica depositaria dell’eredità, e curato personalmente da Eddie Kramer, storico ingegnere del suono di Hendrix, il cui apporto alla qualità sonora è pregevole.
Gli elementi per rendere quest’album imperdibile ci sono tutti, al punto da rendere l’attesa spasmodica presso tutti gli appassionati.
Ben sessanta minuti di musica suddivisi in dodici registrazioni inedite, incise presso gli studi Record Plant di New York tra il 1969 (subito dopo la realizzazione del capolavoro “Electric Ladyland”) e il maggio 1970 (poco prima della scomparsa avvenuta nel settembre dello stesso anno). I pezzi – con ogni probabilità si tratta di prove in studio in vista delle esibizioni dal vivo nei concerti – al di là del pregio artistico, possiedono anche una valenza storica da non sottovalutare, poiché fotografano un momento cruciale nella carriera di Hendrix, prossimo a lasciarsi alle spalle la collaudata collaborazione con la band degli Experience e ad intraprendere un nuovo percorso musicale con il bassista Billy Cox.
Non tutto può dirsi totalmente inedito. Alcuni pezzi sono già noti al pubblico, sebbene in altra forma. Altri sono versioni differenti di brani dalla fama consolidata (“Stone Free”, “Fire”, “Red House”), riproposti alla luce della notevole maturità acquisita nei seppur pochi anni di esperienza. Non mancano, poi, le cover: da una versione strumentale di “Sunshine of your love” dei Cream dell’amico Clapton, a “Bleeding Heart” di Elmore James.
E’ proprio lo spirito del blues, la musica del diavolo e dell’anima, la costante che nutre buona parte del lavoro e che aleggia con paterna benevolenza ad ispirare le note. Il tutto sorretto superbamente da una sezione ritmica che, con il suo pulsare, asseconda senza tentennamenti o sbavature l’estro chitarristico.
Diverse le perle che spiccano. Su tutte “Valleys of Neptune”, dall’arrangiamento complesso e sinuoso, forse un anteprima di come le muse stessero tentando Jimi e dove, se ne avesse avuto il tempo, lo avrebbero condotto. “Ships Passing In The Night” anticipa le tendenze sonore che prenderanno vita almeno un lustro dopo. La splendida “Hear My Train A-Comin” e “Crying Blue Rain” sono altri limpidi esempi di come si possa celebrare con ardore la liturgia del blues.

Riascoltare Hendrix è un’emozione che difficilmente lascerà insensibili i cultori del vero rock. I brani sono eseguiti in maniera magistrale, con una maestria tecnica a tutt’oggi unica e animati da quella focosa passionalità che legava indissolubilmente l’artista di Seattle al suo strumento musicale. Hendrix diceva spesso che la chitarra dovesse essere amata come una donna. Un paragone, quello tra musica ed amplesso, forse ardito e irriverente, ma basta ascoltarlo per comprendere come la metafora, seppur maschilista e impertinente, sia non priva di fascino.
Le sue dita ne accarezzano le corde, le sfiorano, le percuotono. Stempera la virilità nella sensualità, alternando la decisione ad una inusitata dolcezza. La chitarra risponde docilmente come le onde di un mare di cui ne asseconda la cadenza, procedendo all’unisono. L’assolo balza fuori inatteso, ad imprimerne il carattere, ad affermare il suo volere. Cambia così il ritmo, scivolando dalla contemplazione alla frenesia, abbandonandosi all’istinto della fiamma che arde in lui, piuttosto che alle regole armoniche. Nell’arco di un brano riesce ad essere master e slave, vittima e carnefice, amante e figlio di buona donna. La chitarra vibra al suo tocco e restituisce suoni mai raggiunti prima. Le sei corde piangono, fremono, ridono. A volte urlano e stridono per baciare il cielo. Un vortice di note che avvolgono l’ascoltatore. Un’esperienza che dovrebbe lasciare appagati e che, invece, si vorrebbe mai al termine.
Non di rado, al termine dell’esibizione la chitarra finiva consumata dalle fiamme. Oltre lo spettacolo, un gesto simbolico a testimoniare come da quel legame fosse scaturito tutto l’amore possibile e non restasse altro che abbandonare Eros tra le braccia di Thanatos.
Signori, questo è e sempre sarà Jimi Hendrix.

L’album in una battuta: virile

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Jimi Hendrix
Valleys of Neptune (Sony)

Tracklist:

  1. Stone Free
  2. Valleys Of Neptune
  3. Bleeding Heart
  4. Hear My Train A Comin’
  5. Mr. Bad Luck
  6. Sunshine Of Your
  7. Lover Man
  8. Ships Passing Through The Night
  9. Fire
  10. Red House
  11. Lullaby For The Summer
  12. Crying Blue Rain

pubblicato su:
http://www.italianotizie.it/?p=10796

U2 – The Unforgettable Fire (25th anniversary edition)

U2 – The Unforgettable Fire (25th anniversary edition)

lunedì, novembre 2, 2009
di Riccardo Renda

u2unforgettablefire

Gli U2 proseguono l’opera di ripubblicazione del proprio catalogo in versione rimasterizzata. L’ultimo album in ordine di tempo a beneficiare del trattamento di restauro, curato personalmente dal chitarrista The Edge, è “The Unforgettable Fire”.

Si dice che “The Unforgettable Fire” fosse uno dei lavori preferiti da Miles Davis, tanto da aver espresso il desiderio di ascoltarlo sul letto di morte. Un aneddoto che è emblematico del valore di un album unanimemente considerato un’autentica pietra miliare nella musica degli anni ottanta. Non solo la prima di una serie di reinvenzioni che, nel corso degli anni, porterà i quattro a percorrere strade musicali sempre diverse, seppur con esiti alterni, ma anche il lavoro con cui nel 1984 la band irlandese dà vita al sodalizio con Brian Eno e Daniel Lanois, conferendo al proprio suono quei caratteri di epicità descrittiva e spazialità emotiva che ne saranno per lungo tempo i tratti distintivi e su cui verrà edificato il mito U2. Un capolavoro: inutile spendere ulteriori parole.

La riedizione dell’opera, presentata sul mercato il 26 ottobre, si articola in quattro diverse versioni:
standard (cd) / deluxe (2 cd) / limited edition / vinile.
Sicuramente la più interessante è la “limited edition” con cui si celebra il venticinquennale dell’album: un lussuoso box contente il cd dell’album, un secondo cd di rarità, un dvd, un libro e cinque stampe.

L’album remasterizzato
La remasterizzazione curata personalmente dal chitarrista The Edge è su buoni livelli, ma non fa gridare al miracolo. Ad esempio, permane ancora un fruscio di fondo che, con ogni probabilità, non è stato eliminato per non alterare la resa delle alte frequenze. Complessivamente i suoni sono però più limpidi e cristallini rispetto a prima. In più di un passaggio, si ha peraltro l’impressione che sia stata data maggior enfasi alla chitarra ed ai cori (casualmente le parti eseguite dallo stesso The Edge). L’insieme però regge la prova dell’ascolto: non invade le sezioni vocali di Bono (sempre ben in evidenza) e, soprattutto, non snatura il sound originario. Tuttavia ci si sarebbe aspettato di più dal lavoro di “restauro”. Chi ha ascoltato le recentissime riedizioni dei Beatles e, soprattutto dei Kraftwerk, conosce i risultati a dir poco eclatanti cui possono condurre le moderne tecnologie. “The Unforgettable Fire”, purtroppo, non ne ha beneficiato quanto avrebbe dovuto e meritato.

Il bonus cd
Il secondo cd è sicuramente il piatto forte del box. Vengono riproposte tutte le b-sides estratte dai due singoli e dall’ep “Wide Awake in America”. Sono escluse soltanto “Love comes tumbling” nella versione con testo alternativo e “A sort of homecoming (live)” nella versione con mix differente, entrambe pubblicate a suo tempo solo nell’edizione australiana del singolo “The unforgettable fire”. “Sixty Seconds in Kingdom Come”, “11 O’clock Tick Tock (extended version)” e “Wire (celtic dub mix)” appaiono per la prima volta su cd, in quanto originariamente edite solo in vinile.“Bass trap” è finalmente proposta nella sua versione integrale e non in quella accorciata pubblicata a suo tempo nel best 1980-1990.
Oltre alle b-sides ufficiali, sono inclusi anche due mix inediti: “Wire” ad opera di François Kevorkian e “A sort of homecoming” remixata da Daniel Lanois (una versione molto singolare, in quanto fornisce una differente visione del pezzo, quasi worldbeat).
Completano il tutto due inediti. Lo strumentale “Yoshino Blossom” – in cui è interessante notare alcune idee sonore che saranno riprese e sviluppate nei brani dell’album – e “Disappearing Act”. Quest’ultimo è senza alcun dubbio il motivo di maggior interesse del cd. Si tratta di un brano abbozzato durante le sessions dell’album nel 1983 e mai giunto a compimento. Rinvenuto sei mesi fa, è stato completato solo quest’anno, tra una tappa e l’altra del tour. La base ritmica è difatti quella originale, la parte vocale è, invece, stata registrata successivamente. Evidente la composizione in tempi recenti della linea melodica principale, tipicamente affine all’ultima produzione degli U2. La strana commistione tra passato e presente, però, funziona bene. Convince ed emoziona, come non accadeva da tempo, lasciando solo immaginare quel che avrebbe potuto essere il risultato se il pezzo fosse stato inciso quando la voce di Bono era più possente e, ahimè, non segnata dallo scorrere degli anni.
Una nota di demerito, invece, al compilatore della tracklist, piuttosto confusa e priva di coerenza cronologica.

Il dvd
Il dvd accluso al box in edizione limitata è interessante, ma non presenta motivi di particolare rilevanza, dato che buona parte del materiale è già stato edito.
Sono difatti inclusi:
- i videoclip ufficiali estratti dall’album (compresa la seconda versione del video di “Pride”)
- il documentario “The making of The Unforgettable Fire”, già pubblicato in vhs e, più recentemente, come extra nel dvd “U2 Go Home”
- tre brani estratti da un concerto durante il “Conspiracy of Hope Tour” nel 1986
- l’esibizione al Live Aid (anche questa già nota e disponibile su dvd).
Sarebbe stato interessante inserire l’esibizione al “Self Aid” del 1986, considerato uno dei migliori set della band. Oppure ancora, in riferimento al “Conspiracy of Hope Tour”, un intero set (che all’epoca includeva anche delle cover), nonché la performance finale di “I shall be released” eseguita da gli artisti del tour (tra cui Joan Baez, Lou Reed e Peter Gabriel) e il duetto con Sting.
Tenuto conto che nel dvd sono presenti ben tre versioni di “Bad” ed ulteriori tre di “Pride”, il rammarico per quella che, a tutti gli effetti, si è rivelata un’occasione sprecata è palese.

Il giudizio finale
Difficile dire se valga la pena o meno possedere questa riedizione che, a parte un paio di episodi, non solo non aggiunge nulla al pregio ed al fascino dell’album, ma si rivela di scarso rilievo anche per il collezionista che, con ogni probabilità, possiederà già buona parte del materiale di cui si compone la pubblicazione. La remasterizzazione, poi, seppur non disprezzabile, poteva spingersi oltre.
Il valore dell’album resta comunque indiscutibile e la nuova veste sonora non può che consolidare la forza di un’opera che, a venticinque anni di distanza, conserva ancora intatta tutta la sua portata innovativa.

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U2 – The Unforgettable Fire
(Universal)

Tracklist:

01. A Sort Of Homecoming
02.
Pride (In The Name Of Love)
03. Wire
04. The Unforgettable Fire
05. Promenade
06. 4th Of July
07. Bad
08. Indian Summer Sky
09. Elvis Presley And America
10. MLK

CD 2 (contenuto nelle versioni: deluxe edition / limited edition box set)
01. Disappearing Act
02. A Sort Of Homecoming (Live)
03. Bad (Live)
04. Love Comes Tumbling
05. The Three Sunrises
06. Yoshino Blossom
07. Wire (Kervorkian Remix)
08. Boomerang I
09.
Pride (In The Name Of Love) [extended single version]
10. A Sort Of Homecoming [Daniel Lanois mix]
11.
11 O’Clock Tick Tock [extended version]
12. Wire (Celtic Dub Mix)
13. Bass Trap
14. Boomerang II
15. 4th Of July
16. Sixty Seconds In Kingdom Come

DVD (contenuto nella versione: limited edition box set)
Video: The Unforgettable Fire
Video: Bad
Video: Pride (In The Name Of Love)
Video: A Sort Of Homecoming
Documentario: The Making Of The Unforgettable Fire
U2 at A Conspiracy Of Hope Concert: MLK / Pride (In The Name Of Love) / Bad
U2 at Live Aid: Sunday Bloody Sunday / Bad
Video: Pride (In The Name Of Love) – Sepia version
11 O’Clock Tick Tock (Bootleg version)


pubblicato su:
http://www.italianotizie.it/?p=6503

Mario Venuti – “Recidivo”

Mario Venuti – “Recidivo”

giovedì, ottobre 15, 2009
di Riccardo Renda

recidivo

Mario Venuti appare sulla copertina dell’album esibendo un elegante look western, con tanto di Stetson in testa e Colt in fondina. Ma se vesta i panni di un eroe romantico, di un avventuriero o un di fuorilegge è un dettaglio che, agli occhi di chi osserva, non viene svelato. Lui ne è conscio e del mistero di questa ambiguità ama prendersi gioco, sin dal titolo. Quello del West, in fondo, altro non è che un divertimento di infantile memoria, in cui l’appartenenza ad una fazione è solo una sfumatura: una parte da interpretare o un ideale da difendere.
Le nuances sono proprio la chiave di volta per comprendere “Recidivo”, ultima fatica discografica del cantautore siciliano. Molteplici le sfumature liriche e sonore che, nota dopo nota, vengono svelate.
Dall’intimismo al rock, dal pop al classicismo, dalla poesia all’ironia. Ci si ispira a Luigi Tenco, a Morrissey, a Sergio Endrigo, a Battiato. Un insieme talmente vario ed eterogeneo da disorientare ed apparire irrazionale, ma che diviene coerente grazie ad una grande maestria posta al servizio della composizione. Un merito che va doverosamente condiviso con Pippo “Kaballà” Rinaldi, uno dei più dotati compositori italiani, la cui collaborazione ai testi è stata, ancora una volta, complice preziosa.
In origine, il lavoro doveva articolarsi in un concept album arrangiato per archi, sulla falsariga di “The Juliet Letters” di Elvis Costello. Il progetto ha poi mutato forma, seguendo un percorso diverso, come dettato dall’istinto e dagli inquieti sbalzi d’umore, che rende le tracce quasi degli stati dell’anima in cui ritrovare frammenti di vita vissuta o soltanto immaginata, che svelano cicatrici vecchie come ricordi e sogni mai arresi all’incombere dell’alba.

“La virtù dei limoni”, dedicata al padre, è una prova di grande e rara intensità emotiva. La malinconica introspezione di “Spleen #132”, arricchita dalla voce di Franco Battiato, richiama alla mente melodie di altri tempi, quelle che resero grande la nostra musica. Suoni, quelli della scuola cantautorale italiana degli anni sessanta, che ritroviamo spesso, come in “Galatea” o nella deliziosa “Un cuore giovane”, un duetto con Cesare Cremonini che sorprende per il perfetto equilibrio. Impossibile, poi, non abbandonarsi all’abbraccio della sofferta dolcezza di “Una pallottola e un fiore”, primo singolo estratto.
Non meno validi gli episodi più briosi del cd. Momenti di pop a tutto spessore, come in “Lasciami andare” – una costruzione armonica classica con un introduzione in stile new wave e uno sviluppo beatlesiano – o in “Recidivo”, in cui si narra una storia di ordinaria bisessualità, con garbo e ironia, al di fuori di schemi e banali luoghi comuni. In “Il paradiso non è per te” sembra di essere tornati ai tempi dei Denovo (riferimento che qua e là fa capolino in vari brani, per la gioia mai sopita di chi li ha amati). Tiratissima “La vita come viene”, storia di una prostituta con il cameo azzeccatissimo di Carmen Consoli che colora il testo di tinte sacre e profane.
La conclusiva “Il milione” apre la porta ad un’ampia orchestrazione che dilata le prospettive sonore facendole sfociare verso i territori cari alla tradizione classica.

Dopo aver ascoltato le 12 tracce l’enigma diviene meno oscuro.
Più che un cowboy fuori dalla legge, Mario Venuti appare sempre più come un artista fuori dagli schemi e fuori dal tempo. A noi piace immaginarlo come un uomo di frontiera, in bilico sui generi musicali e sugli stereotipi della società. Che scruta l’orizzonte con curiosità, in cerca di forme sempre diverse per esprimersi, di nuovi spazi in cui far muovere le note, alla ricerca di un’ideale di bellezza sonora talmente sublime da rivelarsi forse effimero ed irraggiungibile. La prateria che fa da sfondo alle immagini del booklet diviene così un simbolo di libertà espressiva, di fuga dalle gabbie sociali imposte dalla quotidianità.

“Recidivo” è un tassello ulteriore ad una carriera che dura oramai da ben ventotto anni. Ma soprattutto è la conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di come Mario Venuti sia un cantautore di grande talento e sensibilità. Uno dei pochi in Italia capaci di conferire alla parola “pop” piena dignità espressiva. E in questi tempi, in cui la musica si nutre più di ovvietà che di inventiva, è un pensiero che consola e rassicura.

L’album in una battuta: istintivo

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Mario Venuti – “Recidivo”
(Universal)

Tracklist:
01. Impulsi primari
02. Recidivo
03. Una pallottola e un fiore
04. Lasciami andare
05. Spleen #132 (con Franco Battiato)
06. Vernice fresca
07. La vita come viene (con Carmen Consoli)
08. La virtu’ dei limoni
09. Il paradiso non è per te
10. Galatea
11. Un cuore giovane (con Cesare Cremonini)
12. Il milione
13. La fine ed il principio (bonus track solo su i-Tunes)


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Prefab Sprout – “Let’s change the world with music”

Prefab Sprout – “Let’s change the world with music”

domenica, settembre 27, 2009
di Riccardo Renda

prefabsprout

Paddy McAloon è uno dei pochi autori che può accedere di diritto al pantheon del pop, al cospetto di artisti del calibro di Paul McCartney, Brian Wilson, Elton John e Burt Bacharach. La produzione musicale dei suoi Prefab Sprout è stata però poco prolifica e centellinata nel tempo con crudele parsimonia. Una caratteristica accentuata da recenti problemi di salute e da un carattere incline alla misantropia. Ostacoli che non hanno impedito ai Prefab Sprout di dar vita ad un autentico culto musicale, soprattutto da parte di una critica che li ha sempre incensati, e che ha visto album come “Swoon” e “Steve McQueen” costantemente glorificati tra le perle indiscusse degli anni 80.

Il nome dei Prefab Sprout torna oggi a sorpresa sugli scaffali dei negozi con un nuovo album: “Let’s Change the World With Music”. Una notizia che riempie di gioia il cuore degli appassionati.

La storia del nuovo album risale però a diversi anni fa. Ed esattamente al 1992. Anno in cui Paddy McAloon scrive diversi brani per dare un degno seguito al precedente capolavoro “Jordan: the comeback”. La realizzazione dell’album (dal titolo provvisorio “Earth: The Story So Far” e la cui produzione avrebbe dovuto essere affidata a Thomas Dolby) non andrà però oltre l’incisione di alcuni demo, a causa di divergenze con la Sony, non concorde sulla durata complessiva del lavoro, reputata eccessiva. Tali registrazioni diverranno, così, un autentico sacro graal dei fan degli Sprouts. Con l’eccezione di due tracce incise nel 1994 dalla cantante Australiana Wendy Matthews, tali canzoni sono difatti rimaste inspiegabilmente inedite per ben 17 anni, vedendo la luce solo oggi.

Nessuna nuova incisione, quindi, ma soltanto il recupero dei demo incisi dal solo McAloon (curioso che l’album rechi il nome del collettivo Prefab Sprout, quando invece non vi è traccia di altri musicisti) e “spolverati” per l’occasione dal collaboratore Calum Malcom.
La produzione risente, in effetti, delle limitazioni tipiche dello stato embrionale dei demo, con largo uso di suoni sintetizzati e drum machine. Così come la qualità dell’incisione, poco limpida e priva di spessore. Una remasterizzazione più accurata ed una produzione degna di tale nome avrebbero reso giustizia al lavoro. Osservazioni tecniche che non limitano però la grandezza melodica di un album notevole.
Per chi ama i Prefab Sprout sentire la voce di Paddy cantare nuove canzoni è un’emozione indescrivibile. Sin dal primo brano, si è ancora una volta conquistati da melodie perfette e armonie di grande immediatezza, mai banali. Romanticismo, disco anni 90 e swing, condividono un raro equilibrio sonoro al servizio di testi, non di rado spirituali ed intensi, che amano giocare con le rime, svelando assonanze tanto inusitate quanto geniali. Il “figlioccio” di George Gershwin e Irving Berlin ha colpito ancora nel segno.
Ascoltatelo. Questa musica non cambierà il mondo, ma vi donerà un sorriso anche se non è la giornata giusta, vi scalderà il cuore anche se fuori piove, vi spingerà a scendere a patti con i ricordi lasciando che vi trascinino via.

In una recente intervista McAloon ha confidato che nei suoi archivi giacciono centinaia di incisioni inedite, dichiarandosi però restio alla loro pubblicazione. Gli possiamo perdonare tutto. Lo stillicidio di uscite discografiche, il presentarsi con un improbabile barba posticcia, ma celare al mondo la sua musica, quello no.

L’album in una battuta: delizioso

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Prefab Sprout – “Let’s change the world with music”
(Kitchenware records)

Tracklist:

1. Let there be music
2. Ride
3. I love music
4. God watch over you
5. Music is a princess
6. Earth: the story so far
7. Last of the great romantics
8. Falling in love
9. Sweet gospel music
10. Meet the new Mozart
11. Angel of love


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http://www.italianotizie.it/?p=4472

Mark Knopfler – “Get lucky”

Mark Knopfler – “Get lucky”

domenica, settembre 20, 2009
di Riccardo Renda

Knopfler_Get_Lucky

Ad ogni uscita discografica solista di Mark Knopfler il paragone con il passato dei Dire Straits è sempre dietro l’angolo, pronto a balzare fuori come un sicario. Ogni nota viene sviscerata cercando di trovare, spesso inutilmente, tracce dei giorni che furono, si trattasse solo di un accordo o di un giro armonico capace di dar sollievo da quella che, per i fan, è divenuta una vera e propria crisi di astinenza. Ed è un vero peccato, poiché ciò ha finito con l’offuscare immeritatamente una carriera solista di tutto rispetto e costruita con grande mestiere. Carriera che il 14 settembre si è arricchita di un nuovo capitolo: “Get Lucky”, il nuovo album solista di Mark Knopfler.

Lungo l’arco di 11 tracce si dipana un filo che narra il passato come presenza vitale. Un passato costruito non sui trascorsi artistici di Knopfler, bensì sulla sua formazione musicale, edificata su basi che parlano la lingua del blues, il vocabolario del folk e la sintassi del country. La riscoperta delle radici non è una novità. Tutti i suoi album precedenti (come lo splendido “Shangri-la”) sono stati intrisi di amore viscerale per il country e il blues. Un viaggio che, dall’America più rurale ed autentica, lo ha portato a risalire alle radici celtiche, ricercando l’origine primordiale dei suoni: dal Delta del Mississipi, passando per Nashville, sino a giungere alle Highlands. In un’altra vita avrebbe potuto essere un rigattiere o anche un restauratore e “Get Lucky” non lo smentisce, proseguendo la ricerca di questo percorso di sintesi ideale tra i generi. Un obiettivo chimerico ed inarrivabile, ma che qui sembra essere giunto vicino al suo compimento. In maniera naturale, senza artifici né eccessi. Come impone la lezione della musica popolare.

Da segnalare il brano d’apertura “Border Reiver”, una cavalcata sui verdi prati d’Irlanda. La ballata “Before gas & tv”, la cui notevole coda finale è affidata alle corde della fedelissima Gibson Les Paul. “You can’t beat the house”, un blues sporco e ruvido al punto giusto, che lascia solo presagire a cosa potrebbe dar vita Knopfler se si abbandonasse ad una jam session. Nella parte centrale un’atmosfera godibile ma scontata cede il passo ad una generale caduta di tono. E’ il preambolo alla sequenza finale caratterizzata da quattro ballate, tra cui la delicata “Remebrance days” e “So far from the Clyde”, forse il brano più bello dell’album.

Se vi ostinate a cercare ancora i Dire Straits, resterete quindi delusi. Manca il guizzo del rocker. L’assolo decisivo. Rispetto ai lavori precedenti, peraltro, la chitarra è ingiustamente retrocessa da protagonista a gregario di lusso. In primo piano viene però elevata la voce di Knopfler: calda, pastosa e profonda. Strumento ideale per narrare storie lontane e intense, che non di rado si elevano a poesia. Come in “So far from the Clyde”, commovente addio di un capitano alla propria nave in dismissione, o in “Piper from the end” dedicata allo zio morto giovanissimo in guerra.

E’ un segno del tempo che passa. Oggi Knopfler è un borghese sessantenne che non sfodera più l’energia di “Sultans of swing”, né tanto meno la spensieratezza di “Walk of life”. Preferisce, invece, sedersi davanti al camino o nel fumoso pub sotto casa, raccontando storie di blues andati davanti un buon bicchiere. Non innova e, in fin dei conti, quel country-pop in tonalità minore è già uscito diverse volte dalla sua “fabbrica”, tanto che, tra una nota e l’altra, emerge spesso un senso di autocitazione. Però quella familiarità rassicura e conforta. E’ un po’ come ascoltare i racconti degli anziani. Li abbiamo sentiti tante di quelle volte, che ne conosciamo il finale. Eppure, per rispetto o affabulazione, non si riesce a resistere alla voce di un passato che, in fin dei conti, è anche il nostro.

L’album in una battuta: rassicurante.

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Mark Knopfler – “Get Lucky”

(Mercury)

Tracklist:

1. Border Reiver
2. Hard Shoulder
3. You Can’t Beat The House
4. Before Gas & TV
5. Monteleone
6. Cleaning My Gun
7. The Car Was The One
8. Remembrance Day
9. Get Lucky
10. So Far From The Clyde
11. Piper To The End

L’album è disponibile in quattro versioni:
- cd
- cd + dvd in digipack
- deluxe edition (cd / dvd / bonus cd con tre inediti / bonus dvd / doppio vinile / diversi gadget)
- download digitale su iTunes con un brano inedito in più


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Tony Canto – “La strada”

Tony Canto – “La strada”

mercoledì, settembre 9, 2009
di Riccardo Renda

tonycanto

In passato si usava definirli session men. Musicisti di grandi doti tecniche e dalla comprovata esperienza , che mettevano il loro talento a disposizione di altri artisti, per la registrazione di album o l’esibizione durante i concerti.
Se la definizione fosse ancora di moda, Tony Canto ne potrebbe far sfoggio. E’ un chitarrista talentuoso, con un bagaglio musicale di notevole spessore, che gli ha permesso di affrontare senza remore anche i ruoli di produttore e arrangiatore. Di lui si sono avvalsi artisti quali Mario Venuti (è tutt’ora membro della sua band di supporto Arancia Sonora), Patrizia Laquidara e, in tempi più recenti, Joe Barbieri, Syria e il compositore Paolo Buonvino.
Un’esperienza che non poteva restare a lungo in cattività e che, abbandonandosi alla corrente della creatività, lo ha condotto verso i lidi della carriera solista.

Il 28 agosto è stato pubblicato “La strada”, secondo capitolo musicale del musicista messinese, che prosegue il discorso musicale avviato nel 2007 con lo splendido album di debutto “Il visionario”.
Un lavoro che ci consegna un artista in evoluzione, giunto ad un invidiabile percorso di maturazione personale. Che si guarda intorno con curiosità, senza mai adagiarsi su quanto acquisito, alla ricerca di stimoli e nuove fonti di ispirazione con cui confrontarsi e, perché no, da sfidare.
Se nel precedente album le divagazioni musicali intrise di bossanova erano influenze prevalenti e sonorità determinanti, qui sono invece divenute degli spunti sonori, degli appunti ritmici su cui stendere canzoni. Non più la pietanza principale, ma quasi delle spezie, degli aromi che insaporiscono le portate.
Al centro dell’ispirazione, stavolta, spicca il patrimonio inestimabile della musica popolare d’autore italiana. Quella resa grande da Domenico Modugno, Renato Carosone e Adriano Celentano. Riscoperta e reinventata alla luce di sonorità mediterranee e armonie sudamericane, con una spruzzata tanto lieve quanto appropriata di un impalpabile sentore di jazz.
Una sintesi espressiva che nel breve arco di una canzone abbraccia il tango e la musica tradizionale del Sud Italia. In cui si tratteggia una strada immaginaria che collega Bahia a Taormina. In cui il violoncello si abbandona al vortice della passione, amoreggiando con una voluttuosa fisarmonica. Il tutto con spontaneità, quasi vi fosse una naturale affinità elettiva a legare generi e mondi talmente distanti fra loro da poter essere posti sullo stesso piano ideale, senza forzature.
Lungo le 12 tracce di cui si compone l’album si dipana, così, un filo emozionale in cui si susseguono sfrontata allegria e pungente ironia, ma anche momenti di intimismo e inusitata raffinatezza. E’ il commento ad una serata passata in un bar sulla spiaggia, in cui Bruno Martino incontra Joao Gilberto rievocando effluvi di estati passate, mentre Astor Piazzolla lascia che il suo bandeon pianga le ultime note del giorno. In lontananza arrivano impeti di allegria. Potrebbe essere la festa di paese della nostra infanzia, davanti alle bancarelle policrome dei dolciumi e l’opera dei pupi che rumoreggia in sottofondo.

Difficile selezionare una carta vincente dal mazzo.
Si può scegliere di lasciarsi travolgente dalla frenesia irresistibile e tutta sudamericana di“Falso movimento” (pezzo cui partecipa Mario Venuti) o “Mi sento bene”, in cui sorge il legittimo dubbio che Caetano Veloso sia nato dalle parti di Punta Faro. Oppure ci si può innamorare, abbandonandosi a“Niente” e “Contraddizioni”. Sono momenti di rara intensità. Un’ eleganza che scivola sulle note come un’onda notturna. Cornice ideale al raffinato duetto con Patrizia Laquidara “Parlami d’amore Mariù”, qui riproposta dal cd di debutto, trovando una collocazione più consona.
Da citare anche: “1908” (ulteriore ripescaggio dal precedente album, in cui si narra del terremoto che colpì Messina un secolo fa), ben più di un semplice omaggio all’arte di Mimmo Modugno; “Vera” (anticipata durante la partecipazione al Festival della canzone siciliana), un esempio impareggiabile dell’ironia siciliana; “La strada”, che realizza l’incontro, tanto improbabile quanto geniale, tra Capossela e Celentano; “Questo amore che ho” puro Carosone in salsa latina.
Unica dissonanza “Eternamente”, eseguita con il registro un po’ troppo sopra le righe: una timbrica diversa l’avrebbe impreziosita.

Dulcis in fundo, la semplicità dell’arrangiamento. L’album è stato difatti registrato senza troppi artifizi e ricercatezze, allo scopo di trasmettere quanto più possibile un’atmosfera sonora spontanea e naturale, quasi a lume di candela. Obiettivo pienamente raggiunto grazie anche all’affiatamento e allo stato di grazia dei colleghi di Arancia Sonora, in particolare un ispiratissimo Tony Brundo, la cui fisarmonica svolge una coinvolgente funzione narrante in numerosi brani.

L’album è notevole. Attenti però. Nonostante l’origine popolare, “La strada” è un piatto per gourmet, non per tutti i palati. Va assaporato con calma, avendo cura di cogliere nel dettaglio l’apporto di ogni singolo ingrediente. Dai più semplici a quelli più ricercati. Richiede esperienza e cultura, ma è un piccolo prezzo da pagare per poterne poi esserne ammaliati.

“Il visionario” fu penalizzato dall’essere stato pubblicato da un’etichetta indipendente, impedendogli la giusta visibilità. Ci auguriamo che una simile ingiustizia non sia riservata anche a questo lavoro e ad un artista che merita molto.
Affidatevi ai suoi suoni e vi incanterà. Seguitelo dal vivo e vi conquisterà definitivamente.

L’album in una battuta: speziato.

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Tony Canto – “La strada”
(Leave)

Tracklist:

1. La strada
2. Falso movimento (con Mario Venuti)
3. Contraddizioni
4. Mi sento bene
5. Vera
6. 1908
7. Il suonatore e il prete
8. Eternamente
9. Questo amore che ho
10. Parlami d’amore Mariù (con Patrizia Laquidara)
11. Il destino degli amori
12. Niente


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Max Manfredi trionfa al Tenco con “Luna persa”

Max Manfredi trionfa al Tenco con “Luna persa”

giovedì, settembre 17, 2009
di Riccardo Renda

maxmanfredi

Aggiudicandosi il premio più importante – album dell’anno – con un ragguardevole consenso in termini di voti, Max Manfredi è sicuramente il protagonista indiscusso dell’edizione 2009 delle Targhe Tenco.
Chi bazzica abitualmente le classifiche di vendita e l’airplay radiofonico, sconoscerà tale nome. Eppure la sua è una carriera musicale costruita sulla qualità e che ha radici lontane nel tempo, tanto da essersi costruito un solido seguito di appassionati e un costante consenso di critica. Utilizzando un’espressione piuttosto abusata, potremmo definirlo artista di culto.

Figlio di quella Genova, cui la musica italiana è profonda debitrice, Max Manfredi (classe 1956) esordisce nel mondo cantautorale nel 1985. Per il primo album bisogna però attendere il 1990. “Le parole del gatto” colpisce subito nel segno. Si aggiudica infatti prestigiosi riconoscimenti come la Targa Tenco per la migliore opera prima e il premio Recanati. Saranno i primi di una lunga serie, cui è doveroso aggiungere il plauso personale di Fabrizio De Andrè: “Voi qui a Genova avete il più bravo di tutti: Max Manfredi”, dichiarerà in un’intervista. Seguiranno gli album “Max” (1994) e “L’intagliatore di santi” (2001).
Sino ad oggi, nell’arco di 24 anni, Manfredi ha pubblicato soltanto cinque album (tra cui un live). Un lento e parsimonioso concedersi al mercato disografico, che testimonia una non comune attenzione alla qualità ed è, soprattutto, imputabile al desiderio di confrontarsi con nuove esperienze. Tra un album e l’altro ha, difatti, ampliato i suoi orizzonti artistici scrivendo libri (“Il libro dei Limerick”, “Trita provincia”), racconti per ragazzi (“Nitrito in velocità”), componendo versi, cimentandosi in spettacoli teatrali, recital e reading letterari.
Un eclettismo che trova la sua sintesi più matura nell’ultimo lavoro: “Luna persa”. Pubblicato nel settembre 2008, dopo essere stato insignito del “Premio Lunezia Canzone d’autore 2009”, vede oggi aggiudicarsi la Targa Tenco come “miglior disco dell’anno”.

In “Luna persa”, le poliedriche esperienze artistiche e la ricerca musicale di Manfredi emergono in maniera prepotente: echi di teatro canzone, gusto per la ballata popolare, estro multietnico, eleganza da vissuto chansonnier. Un insieme inconsueto ed eterogeneo che, pur sfuggendo ad ogni etichetta, altro non è che musica d’autore, nel senso più completo del termine. Di quella che ormai in Italia sono in pochi a saper tratteggiare.
La musica è un’onda che lambisce sponde lontane: dal flamenco ai caffè mitteleuropei, dai caruggi di Genova ai barrios di Buenos Aires, dai violini tzigani ai ritmi yiddish. Nonostante l’utilizzo di varie strumentazioni (addirittura cinquanta), gli arrangiamenti sono sobri ed essenziali, ad umile servizio delle parole, vere protagoniste del lavoro.
Testi che attraversano varie onde emotive: ironia e poesia, ricercatezza e tenerezza, semplicità e disincanto. Si narra dei tempi che viviamo, senza enfasi o retorica, ma anche di echi del passato, racconti gitani, storie di guerra, amori perduti. Ascoltate l’ironia de “L’ora del dilettante”, la raffinata malinconia di “Retsina” o la fluviale “Luna persa” che si snoda lungo 12 minuti di teatralità.
Non di rado affiorano paragoni “pesanti”: le disillusioni di Paoli, il surrealismo ironico di Gaetano, l’atmosfera fumosa di Conte, il recitativo istrionico di Gaber. Ma su tutto aleggia la presenza di Fabrizio De Andrè. A volte si ha quasi l’impressione che Manfredi stia proseguendo quel discorso che Faber ha dovuto, suo malgrado, interrompere. Un cerchio che si chiude idealmente con la riproposta nel finale di “La fiera della Maddalena”, brano del 1994 in cui Manfredi duetta proprio con De Andrè. Un omaggio al poeta scomparso, ma anche un ideale passaggio di consegne ad uno dei pochi artisti che riescono ancora a dare un senso compiuto alla canzone d’autore italiana.

foto: www.maxmanfredi.com


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Jeff Buckley – Grace around the world

Jeff Buckley – Grace around the world

giovedì, agosto 13, 2009
di Riccardo Renda

jeff-buckley

Un dio capriccioso ci ha privati troppo presto della voce di Jeff Buckley. Forse lo ha fatto per egoismo, al fine di poterne godere personalmente. O per invidia. Oppure perché quella voce era troppo bella per poter fiorire in mezzo alle brutalità di cui solo i mortali sono capaci. Quale che sia il motivo, non mancheremo mai di biasimarlo per averci inflitto una tale crudeltà.
Perché Jeff ci manca. Ed avere avuto il dono di ascoltarlo soltanto lo spazio di un album e di una manciata di canzoni, è troppo poco. E’ stato come annusare un fiore e vederselo sottrarre dalla vista. Non rimane che un profumo evanescente, sempre più lontano nel ricordo, ad alimentarne la memoria.
Mai, nel mondo della musica, un’assenza è stata così presente.
Lo sa benissimo, forse più di noi, Mary Guilbert, madre del compianto e curatrice integerrima della sua eredità artistica. Allora si cerca, si scava, si fruga, fosse pur solo per trovare un frammento di bellezza smarrita. Ecco così che saltano fuori piccole esibizioni live, performances televisive e radiofoniche. In questa ennesima pubblicazione postuma, non vi è nulla di nuovo da scoprire. Nessun inedito, nessuna registrazione perduta. Non sarà indispensabile e non aggiungerà nulla alla leggenda. Però tale era la grazia di questo angelo dannato, tanto bello quanto maledetto, che ogni esibizione diveniva unica e diversa dalle altre. Una dietro l’altra sfilano le note gemme. “Grace”, la stupenda versione di “Hallelujah” ormai definitivamente strappata dalle labbra a Leonard Cohen, “Eternal Life”, “Last Goodbye”, una lunghissima e bellissima “Mojo Pin”.
Accluso alla confezione un DVD video e, nell’edizione deluxe, il documentario “Amazing Grace”. Semplici filmati da cui emerge tutta la forza e la passionalità di cui Jeff era capace sul palco, capace di liberarsi da ogni timidezza mettendosi dietro ad un microfono con in braccio una chitarra.
Quel dio crudele, ora, si starà beando della sua voce. A noi non resta che maledirlo. Ma se Jeff non fosse mai stato fra noi, la nostra musica sarebbe stata più povera.

L’album in una battuta: bello e dannato.
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Jeff Buckley
“Grace around the world”
(Columbia)

Tracklist cd:

01 – Grace (BBC Late Show, London, 1/17/95)
02 – So real (Live Aus Dem Sudbahnhof tv, Frankfurt, Germany, 2/24/95)
03 – Mojo pin (Live Aus Dem Sudbahnhof tv, Frankfurt, Germany, 2/24/95)
04 – What will you say (Live Aus Dem Sudbahnhof tv, Frankfurt, Germany, 2/24/95)
05 – Hallelujah (MTV Japan, 1/31/95)
06 – Dream brother (Howlin Wolf, New Orleans, 12/2/94)
07 – Eternal life (MTV’s Most Wanted, London, 3/3/95)
08 – Last goodbye (MTV’s Most Wanted, London, 3/3/95)
09 – Lover You Should Have Come Over (JBTV Chicago, 11/8/94)
10 – Lilac wine (MTV Europe, Eurokeenes Festival, Belfort, France, 7/9/95)
11 – Grace (MTV’s 120 Minutes, USA, 01/15/95)
12 – So real (MTV’s 120 Minutes, USA, 01/15/95)

Tracklist dvd

le medesime trace del cd con in più:
- Last Goodbye (MTV, 120 Minutes, New York, 1/15/95)
- Vancouver (MTV’s Most Wanted, London, 3/3/95)
- il video musicale originale di “Hallelujah”
- dietro le quinte dello show Naked Café di VH1
- intervista realizzata da Merri Cyr
- documentario “Amazing Grace” (solo nella deluxe edition)


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Jarvis Cocker – Further Complications

Jarvis Cocker – Further Complications

giovedì, luglio 30, 2009
di Riccardo Renda

jarviscocker

Lo ricordavamo negli anni novanta efebico e costretto in attillatissimi pantaloni, intento a tenere alta la bandiera del brit-pop con i suoi Pulp.
Alla luce di quell’immagine, fa un certo effetto vedere Jarvis Cocker oggi, vestito in giacca e cravatta, dietro un paio di occhialoni in celluloide, esibire una fluente barba segnata da qualche filo bianco. Quasi fosse un intellettuale di sinistra o, perché no, un dinoccolato professore universitario di mezza età. Non siamo molto distanti dalla realtà, perché con “Further Complications”, da poco pubblicato su etichetta Rough Trade, il buon vecchio Jarvis ha deciso di salire in cattedra e dare lezioni. La materia oggetto della dissertazione? Ovviamente il rock.

L’album, il secondo nella sua carriera solista, è difatti una vera e propria scorribanda nella storia del rock, soprattutto britannico, quasi che il musicista abbia voluto rendere un sentito omaggio alle sue radici artistiche e alle sue affinità intellettive.
Si inizia con la title track: in perfetto stile pop anni settanta, sembra di vedere Costello che balla con gli XTC. “Angela”, primo singolo estratto, sfodera un riff che sembra uscire sfacciatamente da un 45 giri dei Kinks. In “Homewrecker” i Jam, camuffati dietro i lustrini di Bowie, rubano le chitarre agli Stooges. “Leftovers”, è una ballata tipicamente Stones, manca solo voce della linguaccia Jagger per renderla perfetta. Su “Hold Still” si affaccia il fantasma sornione del Bowie più lunare. “I Never Said I Was Deep” è un sermone benedetto dal reverendo Lennon. A proposito … e i Beatles? Per evitare atti di lesa maestà, meglio citare i loro epigoni in salsa garage Blur (“Caucasian Blues”). C’è anche il tempo di giocare sui temi hard rock tanto cari ai Black Sabbath, rendendoli più gigioni di quanto non possano fare i Franz Ferdinand (“Fuckinsong”). L’indie-rock fa capolino con “Slush”, le cui chitarre ricordano Jesus & Mary Chain. E i Pulp? Vengono citati nella conclusiva “You’re In My Eyes”, una ballad soul-disco da ascoltare sotto una luccicante mirrorball, come se a cantarla fosse Barry White.
“Se volete studiare i dinosauri”, come lui stesso canta, siete nel museo giusto.

Un album eterogeneo ma straordinariamente coerente, grazie anche alla produzione di Steve Albini, teso stavolta a non conferire il suo marchio di fabbrica al suono, bensì ad assecondare i capricci stilistici dell’autore.

Ludico, ironico, furbo, creativo, ingannevole, affascinante, spudorato, creativo. Definitelo come volete. Qualunque aggettivo gli starà talmente stretto da calzargli a pennello.
E’ il cilindro del prestigiatore, da cui non si sa cosa possa uscire fuori.
E’ il buffone di corte che strappa una sorriso, anche se le facezie che narra sono arcinote.
Può essere un genio incompreso o il più grande rapinatore della storia musicale.
Quasi vien voglia di prenderlo a schiaffi, per la sua spavalderia: ci vuole una gran faccia tosta a concepire un lavoro del genere. Oppure una notevole dose di follia.
Non è un capolavoro, né tanto meno è un album originale, ma di certo Jarvis Cocker si sarà divertito da matti nel realizzarlo. Che sia arte o inganno, poco importa: noi, al par suo, ci siamo divertiti nell’ascoltarlo.
Jarvis sarà pure una “magna meretrix” però ci sa fare. Chapeau.

L’album in una battuta: eclettico.

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Jarvis Cocker – “Further Complications”(Rough Trade)

Tracklist:

01. Further Complications
02. Angela
03. Pilchard
04. Leftovers
05. I Never Said I Was Deep
06. Homewrecker
07. Hold Still
08. Fuckingsong
09. Caucasian Blues
10. Slush
11. You’re In My Eyes (Discosong)


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